Medicina religione magia nella vita quotidiana della società cristiana dell’altopiano etiopico di Giovanni Dore

Nel fondo Emilio Teza (m. 1912), noto linguista del secondo Ottocento italiano e della prima decade del Novecento, compaiono 2 rotoli pergamenacei dell’altopiano etiopico cristiano che contengono il primo la preghiera a Susĕnyos (Sisinno), uno dei santi importanti del Sinassario (Senkassar) del cristianesimo ortodosso etiopico, calendario risalente al XIII secolo, e il secondo la preghiera per fronteggiare Legewon (Legione). Quale sia la datazione e provenienza dei rotoli e il donatore non è per ora possibile stabilire; nel catalogo di entrata è ipotizzata una datazione dubitativa tra XVI e XVII secolo per il primo e fine XVII secolo per il secondo. Sono certamente legati agli studi sulle lingue semitiche e sulla lingua amariñña che il Teza intraprese anche se non approfondì come il collega Ignazio Guidi, il fondatore della moderna scuola etiopica italiana, con il quale ebbe comunque una ricca corrispondenza contenuta nel fondo. Nessuna indicazione compare nelle 77 lettere indirizzategli dal Guidi e nell’unica spedita da Carlo Conti Rossini nel 1903, allora giovane studioso della storia e del Cristianesimo d’Etiopia e delle lingue semitiche.

I rotoli magici erano e sono ancora ampiamente circolanti nell’altopiano etiopico; in genere da 1 a 4 fogli, a scorrimento verticale, fatti di pergamena, in genere cuoio di capra o pecora, ma anche cartacei, combinano un testo ed immagini di simboli del bene (la croce, visi di santi…) e del male (demoni, spiriti maligni…). Essi avevano e hanno un ruolo importante nella religiosità popolare e nelle attività di prevenzione e di cura perché si ritiene proteggano nelle avversità della vita, nei mali del corpo e dello spirito. Nella medicina etiopica sono affiancati dalla cura basata su piante e sostanze animali.
 I rotoli, detti asmāt, o ketab, erano scritti da un däbtära, né prete né monaco, ma figura importante perché era addestrato alla scrittura religiosa e a pratiche protettive, e la forza protettiva e curativa derivava non necessariamente dalla lettura meccanica, ma anche dal semplice possesso. Il däbtära poteva anche eseguire le raffigurazioni, ma, se possibile, era un pittore specializzato ad occuparsi delle immagini con un risultato estetico più apprezzabile, ma anche più costoso. Spesso prodotti in serie lasciavano in bianco il nome del destinatario.
Avevano efficacia per l’individuo destinatario e possessore, il cui nome veniva scritto in rosso, spesso più volte, nello spazio bianco lasciato nel testo stereotipato. Potevano esserci più nomi o i nomi di una coppia. La lunghezza variabile del rotolo spesso corrisponde all’altezza del destinatario; nella prima striscia spesso compare una figura che rappresenta il destinatario.
 Le immagini, efficaci quanto lo scritto, in una cultura della visione oltre che della parola, rappresentano più volte all’inizio gli arcangeli Michele e Gabriele e all’interno immagini simboli del bene come la croce o il santo protettore e del male come i demoni e spiriti maligni. I testi, scritti con inchiostro nero per il testo e di color rosso, talvolta blu, per le parole importanti e i nomi divini e dei santi, iniziano con un incipit invocante la trinità, contengono preghiere (ṣalot) e motivi della vita del santo prescelto con valore magico e stabiliscono un legame speciale tra il richiedente e il santo stesso. Proprio perché legati a un destino e necessità individuali, difficilmente il possessore se ne separava.
Caratteri condivisi sono la funzione protettiva, la forma (la scrittura in ge’ez, antica lingua semitica etiopica e lingua della liturgia, e nome del possessore sono indispensabili), la struttura (che richiede un limitato numero di soggetti), la riproduzione stereotipata dei testi.
 
Il motivo agiografico e iconografico del santo martire di origine bizantina Susenyos (inizio IV sec. D.C.), insieme con quello di Cipriano il guaritore di Antiochia convertito, è uno dei più diffusi nelle pratiche di protezione individuale. La preghiera di Susĕnyos e la richiesta di protezione contro Lēgēwon possono trovarsi insieme nello stesso rotolo protettivo. Portare con sé il rotolo permetterebbe di proteggere da parti pericolosi, malformazioni del feto e salvaguarderebbe i nuovi nati. La necessità di proteggere i lattanti era legata anche alla credenza nella vulnerabilità e impurità della donna che imponeva la segregazione post partum, nei primi 40 gg. per i maschi e 80 per le femmine. Spesso veniva messo in una custodia di pelle, secondo le dimensioni, e portato con sé nell’itinerare, ad esempio negli spostamenti verso il mercato, luogo di reciprocità sia positiva che negativa. Il rotolo ha soprattutto uso femminile, ma può essere anche destinato a una coppia coniugale. Un rotolo poteva contenere nel testo oltre la invocazione al santo anche altre brevi preghiere, nomi magici, richieste di guarigione (mādaññā) nei confronti di altri problemi femminili come l’emorragia vaginale (dam santam), ma anche contro l’itterizia e altre malattie, mal di testa, reumatismi, o per chiedere benefici materiali o spirituali o in opposizione (māqawāmya) come contro l'ombra dell'occhio ('ayna  ṣela). Nelle collezioni conosciute la destinazione femminile preponderante ci indica l’importanza delle relazioni di genere e lo spazio sociale ricoperto dalle donne nella religiosità popolare.
 
Dall’agiografia bizantina di Susenyos, diffusa in versioni greche, armene, copte ecc.., il testo del rotolo, che si apre appunto con l’invocazione alla Trinità (bäsm ‘Ab Wälde mänfäs qeddus, in nome del Padre, del figlio, dello Spirito Santo), estrae un solo motivo popolare. Susenyos risparmia la vita della strega Werzelya (Berzelia, Ursula), che minaccia le partorienti e i nuovi nati, a patto che ella non danneggi le donne che portano con sé il rotolo protettivo con il nome del santo. Susenyos può essere rappresentato con il solo viso, come nel primo rotolo, o orante o a cavallo come altri santi equestri, in primo luogo San Giorgio, mentre con la lancia colpisce il demone femminile Werzelya, che assume la forma di un serpente o di un uccello per danneggiare le partorienti o i nuovi nati.
Le formule e le preghiere con potere di interdizione (hermāt) fronteggiavano gli incantesimi (mäftĕḩe śerāy), avevano il potere di legare i demoni, come la rete (märbäbtä) di Salomone, o di affogare i diavoli. Le immagini dei demoni hanno alcuni caratteri formali distintivi, ma il fine non è didattico religioso ma terapeutico. L’ “esser visto” prevale. I demoni possono rappresentarsi con faccia squadrata con due corni su ogni lato come immagine del malocchio o in una griglia squadrata (“il trono del diavolo”). Il disegno degli occhi è sufficiente per indicare il demoniaco o l’angelico. Nel primo rotolo il santo ha gli occhi di forma rettangolare allungata al centro del bianco della pupilla. Nelle raffigurazioni ci sono spesso occhi e otto punte, variamente realizzate, con valore magico. Nella raffigurazione del rotolo di Susenyos all’inizio della parte superiore, al di sotto della iniziale striscia orizzontale dove compaiono occhi apotropaici, compaiono 9 riquadri con al centro il viso del santo con otto punte a forma di ali e simboli religiosi come la croce e il nodo di Salomone e al di sotto 3 riquadri con motivi decorativi a losanghe con interposte croci; nella raffigurazione a chiusura della parte inferiore le otto punte sono a testa di serpente, realizzazione di Werzelya.

I campi del religioso sono attraversabili. Anche la trance di possessione ha connessione con le crisi esistenziali e i mali del corpo e della mente. Spiriti che posseggono e pratiche con cui si stabilisce un compromesso o che scacciano hanno relazione con la religione formale. Lo zār è termine ampiamente diffuso nel Corno d’Africa e nel Sudan orientale per indicare i culti di possessione: la possessione investe uomini e soprattutto donne e richiede l’azione di mediatori o mediatrici con il mondo degli spiriti, diagnosi del balazār, trance, canzoni e musiche, composizione della relazione con lo spirito identificato. Così il rotolo può contenere formule e invocazioni per proteggere dallo zār o dal budā, trasformazione teromorfa aggressiva e in genere notturna di umani, spesso fabbri, o dall'occhio di stranieri pericolosi come gāllā (termine che indicava le genti oromo) o i neri dei bassopiani, barya o šanqěllā o Lēgēwon o šotalāy.
 Islam e cristianesimo popolare sono nell’altopiano etiopico comunicanti. Alcuni rotoli, ad esempio, sono scritti in caratteri arabi. I pellegrinaggi alle tombe dei santi, luoghi santi, acque e rocce miracolose, scritture protettive sono comuni sia alle due grandi religioni sia alle religioni politeiste. In alternativa, ma anche in aggiunta al rotolo protettore, ci si può recare, anche oggi, nei vari May Selot (acqua della preghiera) ampiamente diffusi in Eritrea e in Etiopia: sono luoghi di acqua miracolosa curativa che attirano un gran numero di fedeli e bisognosi di cure.

Giovanni Dore (Università di Venezia, Ca' Foscari)

Bibliografia minima:
Jacques Mercier, Rouleaux magiques ethiopiens, Paris, Editions du Seuil, 1979
Gianfranco Fiaccadori, Un rotolo magico etiopico nella collezione dell'Università di Pisa, «Egitto e Vicino Oriente», 5 (1982), pp. 183-188
Osvaldo Raineri, Catalogo dei rotoli protettori etiopici della collezione Sandro Angelini, Roma,  Ed. Pia Unione del preziosissimo sangue, 1990
Bogdan Burtea, Magic literature, in Encyclopaedia Aethiopica, vol. 3, Hamburg, Harrassovitz, 2007
Servir Chernetsov, Magic scrolls, in Encyclopaedia Aethiopica, vol. 3, Hamburg, Harrassovitz, 2007
Leonardo Cohen, Susenyos, in Encyclopaedia Aethiopica, vol. 4 Hamburg, Harrassovitz, 2010.